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Apr 11, 2024

Consulenza aziendale: valore per microimprese e professionisti

Il mondo degli affari è spesso associato a grandi aziende, multinazionali e conglomerati che dominano il panorama economico mondiale. Questa percezione ha portato molti a pensare che la consulenza aziendale sia un servizio riservato esclusivamente a queste realtà imponenti. Tuttavia, questa visione non potrebbe essere più sbagliata. La consulenza aziendale, infatti, offre un valore significativo anche per le microimprese, gli artigiani, i commercianti e le ditte individuali che (guarda caso) numericamente, rappresentano la stragrande maggioranza del panorama imprenditoriale italiano.

Rompere il mito delle grandi imprese

La prima sfida da superare è il mito che solo le grandi imprese possano beneficiare della consulenza aziendale. Le microimprese e i professionisti possono trarre enormi vantaggi da un supporto consulenziale mirato e personalizzato. La consulenza non riguarda solo l’ottimizzazione dei processi in grandi strutture, ma anche l’assistenza nell’individuare opportunità di crescita, risolvere problemi operativi e pianificare strategie efficaci per lo sviluppo aziendale, anche dal punto di vista organizzativo e finanziario. Negozianti, artigiani, piccole attività economiche, microimprese e professionisti possono trarre grandi benefici da percorsi consulenziali “ad hoc”!

Accedere a competenze specializzate

Le microimprese, spesso, non hanno le risorse per avere un team interno dedicato a ogni aspetto del business. Qui entra in gioco la consulenza aziendale, che offre l’opportunità di accedere a competenze specializzate senza la necessità di assumere personale a tempo pieno. Professionisti della consulenza con esperienza e conoscenze specifiche, possono fornire consigli preziosi su tematiche quali marketing, gestione finanziaria, risorse umane e sviluppo del business. Si badi bene: queste sono funzioni VITALI per ogni attività imprenditoriale, grande o piccola che sia; dunque, il fatto di non occuparsene (o occuparsene male, nei ritagli di tempo) non potrà che condurre a risultati poco entusiasmanti. Anche illudersi che possa pensare a tutto il commercialista, non potrà che portare a frustrazioni e delusioni.
Ottimizzazione delle risorse
Un altro grande vantaggio della consulenza aziendale per le microimprese è la capacità di ottimizzare le risorse disponibili. Spesso, queste realtà lavorano con budget limitati e devono massimizzare ogni euro investito. La consulenza aiuta a identificare le aree in cui è possibile risparmiare, migliorare l’efficienza operativa e aumentare la redditività complessiva dell’azienda. Un esempio di questo circolo virtuoso potrebbe essere quello della consulenza finanziaria, grazie alla quale un’azienda migliora il suo rating e arriva ad ottenere credito a condizioni molto più vantaggiose. Ogni euro investito efficacemente in consulenza rappresenta, insomma, un buon investimento, e non va certo identificato, banalmente, come “costo aggiuntivo”!

Adattare le strategie alle esigenze specifiche

Le necessità e le sfide delle microimprese possono essere molto diverse da quelle delle grandi aziende. La consulenza aziendale personalizzata tiene conto di queste differenze e sviluppa strategie su misura per rispondere alle esigenze specifiche di ogni singola realtà. Questo approccio porta a soluzioni più efficaci e adattabili, contribuendo a migliorare la competitività nel mercato.

Sfruttare le opportunità di crescita

Infine, la consulenza aziendale aiuta le microimprese a sfruttare al massimo le opportunità di crescita. Con una guida esperta, queste realtà possono identificare nuovi mercati, sviluppare nuovi prodotti o servizi, ampliare la propria clientela e migliorare la propria posizione nel settore di riferimento, ottenendo tutti i finanziamenti necessari per sostenere l’espansione.
In conclusione, la consulenza aziendale non è solo un servizio per le grandi imprese. È un valore aggiunto fondamentale anche per le microimprese, gli artigiani, i commercianti e le ditte individuali che desiderano crescere, innovare e avere successo nel proprio settore. Investire nella consulenza può fare la differenza tra stagnazione e crescita, tra sopravvivenza e successo duraturo.

Ti trovi in una situazione simile a quelle che abbiamo descritto, e ti piacerebbe saperne di più? Contattami scrivendo a info@massariconsulting.it, al fine di fissare un primo colloquio conoscitivo e gratuito, riguardante la tua specifica situazione.

Marco Massari

Mar 4, 2024

Il check-up strategico e organizzativo

Nel mio precedente articolo (cosa significa svolgere un check-up aziendale), ho tentato di portare l’attenzione degli imprenditori sulla loro fondamentale funzione manageriale, che a volte viene lasciata un po’ da parte.
Un conto è, infatti, saper fare tecnicamente il lavoro, essendo magari capaci anche di svolgere funzioni commerciali e di vendita; tutt’altra cosa è riuscire davvero a gestire, in modo efficace ed efficiente, l’azienda.

Abbiamo parlato, soprattutto, di quanto possa essere importante analizzare i numeri, ad esempio riclassificando i bilanci e calcolando quegli indici che individuano le condizioni di equilibrio economico, patrimoniale e finanziario dell’impresa.

Interpretare i numeri è sufficiente per valutare un’azienda?

La risposta alla precedente domanda è, ovviamente, “no”, ma dobbiamo cercare di argomentare bene questa affermazione. L’analisi dei bilanci, e un adeguato controllo di gestione, sono chiaramente elementi fondamentali, e ormai imprescindibili, di una sana e corretta attività d’impresa. Tutto questo, però, può non essere sufficiente: vediamo perché.
Nell’ambito della mia attività professionale, mi sono imbattuto spesso in situazioni in cui, magari, i numeri di due realtà aziendali differenti apparivano, tutto sommato, simili o quantomeno ben paragonabili a livello di analisi di bilancio: andando, però, a vedere, dopo qualche anno, i destini di queste due aziende, si poteva facilmente constatare come questi potessero essere del tutto divergenti. Come mai?

Quello che i numeri non dicono.

Oggi vanno molto di moda i sistemi automatizzati di valutazione, basti pensare ai “rating” e agli scoring creditizi con cui viene approvata (o respinta) anche una semplice richiesta di prestito personale. Inoltre, sentiamo sempre più parlare di intelligenza artificiale, e gli sforzi dei principali sviluppatori di software e tecnologia paiono sempre più mirati a voler sostituire l’uomo non solo in compiti semplici, ma anche in attività complesse, ivi compresi i processi valutativi e decisionali.
Personalmente, credo che questo approccio, seppur foriero di vantaggi in termini di semplificazione e velocità dei processi, presenti anche numerosi limiti, di cui cito i due principali.
Per prima cosa, uno dei presupposti di base è, ovviamente, quello che il passato determini il futuro. In un certo senso, ovviamente, questo può anche essere vero, ma la scienza statistica ci insegna come esista sempre un margine di errore, e anche una zona di imprevedibilità, in cui le cose vanno in senso opposto a quanto fosse lecito aspettarsi.
La seconda considerazione da farsi è questa: i numeri che analizziamo sono sempre “vecchi”. Nelle società di capitali, i bilanci ufficiali vengono depositati verso metà anno, e riguardano l’annualità precedente: questo significa che una S.r.l., nella maggioranza dei casi, presenta il bilancio entro fine maggio ma questo è sempre aggiornato al 31 dicembre dell’anno precedente.
È vero che possiamo avere a disposizione altri dati, provvisori, più aggiornati, ma quasi mai questi sono davvero precisi: dunque, facendo un check-up numerico, supponiamo, a marzo 2024, potremmo trovarci nella situazione in cui gli ultimi dati ufficiali, a nostra disposizione, si riferiscono a dicembre 2022.

Cosa analizzare?

Da quanto poc’anzi citato, non si deve, assolutamente, dedurre che le analisi numeriche non siano necessarie: tutt’altro! Posso assicurarvi che, osservando “al microscopio” le serie storiche dei bilanci aziendali di molte realtà, si possa scoprire come i vari punti di forza e di debolezza siano proprio strutturali, ovvero tendano a ripetersi, in modo più o meno simile, nel corso degli anni. Particolare importanza ha anche, ovviamente, l’osservazione dei trend: se una debolezza tende, sempre più, a ingigantirsi, è molto probabile che l’azienda debba correre ai ripari in tempi rapidi.
Ci sono, però, delle componenti immateriali che diventano davvero imprescindibili, e che occorre tenere ben presenti: è in questo tipo di considerazioni che l’economia aziendale deve, per forza di cose, interfacciarsi con altri tipi di discipline, prima fra tutte la psicologia, per andare ad analizzare e investigare tutte quelle caratteristiche altrimenti invisibili.
Di cosa stiamo parlando? Di organizzazione, innanzitutto, ma non solo; pensiamo, ad esempio, alla leadership, ovvero alla capacità di porsi come guida riconosciuta di un gruppo di lavoro.
Ovviamente non è tutto qui: pensiamo ad esempio alla capacità di delega, argomento su cui molti imprenditori tendono ad essere latitanti, preferendo un’attitudine più accentratrice. Ancora, alla comprensione delle dinamiche che arrivano a motivare dipendenti e collaboratori: sappiate che la ricerca psicologica dimostra, a più riprese, come la sicurezza del posto di lavoro e uno stipendio soddisfacente non siano affatto fattori sufficienti a garantire la fedeltà, l’entusiasmo e l’energia delle persone che lavorano per noi.
L’elenco potrebbe essere ancora molto lungo: come non citare la visione strategica aziendale, la comunicazione (interna ed esterna) e la gestione dello stress e di tutte le tematiche ad esso collegate?

Gestire la complessità

In ultima analisi, possiamo concludere che gestire un’azienda vada ben oltre a quanto, in modo fin troppo semplicistico, si potrebbe pensare: dietro a ciascuna delle parole utilizzate nel precedente paragrafo, c’è davvero un mondo da scoprire e approfondire, con migliaia di pagine di studi dedicati ad ogni singolo aspetto.
La domanda, a questo punto, giunge spontanea: come fare a non vedersi travolti da tutta questa complessità? La parola chiave, a mio modo di vedere, è “consapevolezza”.
L’ottimo non esiste, al massimo possiamo pensare di perseguire risultati soddisfacenti: facciamo da soli quel che riusciamo a gestire internamente, mentre per tutto ciò che non sappiamo affrontare, cerchiamo aiuto verso chi può effettivamente fornircelo: altri soci, dipendenti, collaboratori, professionisti o società esterne.

Senti di avere bisogno di un supporto per gestire tutta questa complessità aziendale? Necessiti di uno sguardo davvero a 360°, che ti aiuti a osservare, e migliorare, la tua impresa nella sua interezza? Contattami scrivendo a info@massariconsulting.it, al fine di fissare un primo colloquio conoscitivo e gratuito, riguardante la tua specifica situazione.

Marco Massari

Feb 26, 2024

Cosa significa svolgere un check-up aziendale?

Ormai, viviamo in un modo estremamente complesso, che esige perizia e specializzazione: ecco perché, solitamente, consiglio a tutte le aziende di commissionare, periodicamente, un check-up aziendale. Fare un check-up significa, in parole molto povere e semplici, verificare lo stato di salute della propria impresa, identificandone i punti di forza e di debolezza. Attenzione, perché in molti credono di conoscere a menadito la propria realtà ma spesso, alla prova dei fatti, non mancano le sorprese.

Il check-up aziendale assomiglia a quello medico?

Sottoponendoci a un check-up aziendale succede, davvero, la stessa cosa che accade quando, periodicamente e malvolentieri, ci sottoponiamo ad un banale controllo medico: magari stiamo benissimo e pensiamo di scoppiare di salute poi, quando andiamo a ritirare le analisi del sangue, ci troviamo di fronte a un po’ troppi asterischi, che indicano valori sballati. Diventiamo, dunque, consapevoli di rischi nascosti che, se presi in tempo, possono certamente essere curati e riportati alla normalità.
Quando svolgiamo un check-up aziendale, l’impatto può essere molto simile: ci troviamo, infatti, di fronte a diversi valori numerici che, però, non si chiamano colesterolo e glicemia, ma R.O.E., R.O.I., M.O.L. e tutta una serie di acronimi del genere. Anche in questo caso, ci sono valori normali ed altri giudicabili sballati, e ovviamente l’interpretazione deve essere globale: un singolo asterisco, insomma, non per forza significa che ci sia una problematica seria da affrontare.

Quando un’azienda può dirsi in salute?

Lo scopo di tutti i valori che, in minima parte, abbiamo citato, è quello di definire lo stato di salute dell’azienda, verificando in particolare il rispetto di tre fondamentali equilibri: quello economico, quello finanziario e quello patrimoniale.

L’equilibrio economico si riferisce alla reale capacità dell’azienda di generare un guadagno, ovvero un utile: badate bene, per poter dire che un’impresa ha una marginalità positiva, non è assolutamente sufficiente guardare l’ultima riga del bilancio, ma occorre effettuare analisi più approfondite.

L’equilibrio finanziario riguarda, invece, la capacità aziendale di far fronte, serenamente, alle proprie scadenze di pagamento: si giunge, dunque, ad analizzare e valutare il cash flow aziendale, che è la vera linfa vitale che permette alle imprese, giorno dopo giorno, di sopravvivere. Un’azienda finanziariamente squilibrata, insomma, può apparire come una splendida autovettura rimasta senza benzina: le potenzialità ci sono tutte, ma non è più in grado di procedere nemmeno per pochi metri.

L’equilibrio patrimoniale, infine, riguarda un’altra serie di aspetti, di cui il principale può essere individuato nel rapporto fra capitale proprio e mezzi di terzi: molti imprenditori italiani, infatti, si buttano nel fare impresa con investimenti personali ridicoli, e si affidano in maniera molto intensa alla leva del debito. Questo non significa che un’impresa indebitata debba andare male per forza, ma ci sono tante considerazioni da farsi per giudicare se questo indebitamento sia realmente sostenibile.

Sapreste descrivere, con precisione e perizia, la vostra azienda relativamente ai tre punti appena citati? In caso di risposta negativa, il consiglio è sempre quello: fatevi aprire gli occhi.

Perché gli imprenditori tentennano nel commissionare un check-up?

Le motivazioni che ci trattengono dal chiedere aiuto e ottenere una consulenza mirata sono molteplici, e possiamo riassumerle in:

  • finanziarie: abbiamo paura di spendere troppo. Nella maggior parte dei casi, finiremo però con lo spendere molto di più, una volta che le problematiche saranno divenute più grandi e preoccupanti;
  • di opportunità: crediamo, cioè, di non avere abbastanza tempo da dedicare alla soluzione del problema, dunque semplicemente lo ignoriamo, o lo sottovalutiamo, sperando che sparisca da solo. Nei casi più lievi può succedere, ma in quelli più gravi la problematica non può fare altro che lievitare a dismisura;
  • legate all‘ego: ci crediamo più bravi di quello che in realtà siamo, e valutiamo di non aver bisogno di alcun tipo di aiuto o suggerimento per risolvere il problema;
  • legate alla paura: semplicemente, il fatto di guardare in faccia la realtà ci terrorizza; dunque, preferiamo nascondere la testa sotto la sabbia.

Ricordatevi che non potete essere “tuttologi” e, probabilmente, non avete le competenze per giudicare davvero, nel dettaglio e in profondità, lo stato di salute della vostra impresa, esattamente allo stesso modo in cui chi va dal medico, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha le competenze per decidere, da solo, se e come curarsi.

Se desiderate approfondire queste tematiche, relativamente alla vostra specifica situazione, scrivetemi, per programmare un primo colloquio conoscitivo e gratuito: info@massariconsulting.it

Marco Massari

Feb 26, 2024

Business plan, la tua carta vincente per ottenere un fido bancario

Per le aziende, oggi, è ormai indispensabile dotarsi di un business plan che sia chiaro ed esaustivo, nel quale siano contenute le risposte a tutte le possibili domande che potrebbero venirci poste dalla banca.
Ma, esattamente, cos’è e come deve essere redatto per risultare efficace?

  1. COS’è UN BUSINESS PLAN? È la trasposizione, per iscritto, dei progetti aziendali. Risulta, dunque, evidente come questo debba esistere dapprima nella mente dell’imprenditore, per poi essere in qualche modo “tradotto” in parole e, soprattutto, numeri. Deve essere redatto nel “linguaggio” dell’Economia Aziendale, e i numeri devono essere espressi con un’ottima padronanza della “partita doppia” e dell’analisi di bilancio: ecco perché è opportuno che a prepararlo sia una persona esperta in materia. Presentare un business plan incompleto o inesatto non è certo il miglior biglietto da visita.
  2. A CHI SERVE? Per prima cosa, è utile proprio all’azienda, per decidere se attuare i progetti di investimento che ha in mente e, successivamente, monitorarne l’andamento ed effettuare, per tempo, le necessarie azioni correttive. In secondo luogo, serve a quei soggetti che, in qualche modo, devono decidere se intervenire nel progetto, ad esempio finanziandolo o sostenendolo in altro modo.
  3. COME DEV’ESSERE COMPOSTO? Un buon business plan deve contenere una parte descrittiva ed una numerica. Le “parole” devono descrivere l’azienda coi suoi progetti, i soci con le loro esperienze, l’organizzazione, la tecnologia, il mercato e le strategie di marketing. I “numeri” devono mettere in evidenza gli equilibri aziendali, in termini non solo economici, ma anche finanziari e patrimoniali. Semplificando al massimo, bisogna dimostrare che l’azienda è e sarà in equilibrio, riuscendo a guadagnare e a rimborsare i finanziamenti.
  4. DEVE ESSERE LUNGO? No. L’abilità nel redigere un buon business plan non è quella di scrivere “aria fritta” e tirarla per le lunghe. “Il tempo è denaro” e nessuno ha tempo di leggere un business plan di 60 pagine (credetemi, l’ho visto!), a meno che ovviamente non si tratti di un progetto enorme e incredibilmente articolato. Gli investitori privati, spesso, prendono decisioni dopo aver letto una decina di pagine, che, ovviamente, devono essere ben scritte ed estremamente convincenti. Secondo la mia esperienza, una ventina di pagine per le banche sono più che sufficienti, o anche meno, nel caso di progetti più piccoli.
  5. UN UNICO BUSINESS PLAN VA BENE PER TUTTI? No. Ogni fruitore ha bisogno di un business plan adatto ad uno scopo preciso, anche se, normalmente, per passare da una versione ad un’altra del lavoro non è necessario riscriverlo interamente, ma lo si può semplicemente adattare. L’imprenditore che desidera un business plan per uso interno all’azienda avrà, ad esempio, necessità che le parti numeriche siano particolarmente dettagliate e suddivisibili mensilmente o trimestralmente, a fini di monitoraggio. Le banche andranno, invece, a ricercare le informazioni che, normalmente, vengono richieste per istruire una pratica di affidamento e, dunque, sarà opportuno commentare adeguatamente alcuni aspetti di loro particolare interesse, come gli indici di bilancio, gli equilibri, il cash flow per il rimborso dei debiti finanziari. L’abilità di un redattore di business plan non è da ricercare, dunque, nella “quantità” di pagine prodotte, ma nella loro efficacia, ovvero nella capacità di aiutare l’azienda a raggiungere il suo scopo.

Hai bisogno di aiuto per redigere il business plan da presentare in banca? Ti senti inadeguato o inefficace, quando si tratta di gestire i rapporti con i finanziatori? Scrivimi a info@massariconsulting.it, per fissare un primo colloquio, conoscitivo e gratuito, riguardante la tua specifica situazione.

Marco Massari

Feb 26, 2024

Il Business Plan: uno strumento ormai obbligatorio?

Spesso, parlando di aziende, ci si concentra sugli aspetti tecnici del lavoro: chi apre un’attività, normalmente, è un grande esperto e appassionato della materia di cui intende occuparsi.
In questo, i titolari di piccole imprese italiane spesso si assomigliano: sono, cioè, normalmente bravissimi a svolgere, materialmente, l’attività attorno a cui la loro azienda è nata, e magari un po’ meno bravi nell’occuparsi della gestione d’impresa.
Un conto è, infatti, aprire un’attività, mentre tutt’altra faccenda è gestirla, ovvero esserne il “manager”: si tratta di uno SPECIFICO MESTIERE, per cui occorrono competenze altrettanto specialistiche. Parliamo, ad esempio, di strategia, marketing, controllo di gestione, organizzazione, finanza e business planning, ovvero di tutte quelle importantissime funzioni che, spesso, vengono relegate ai ritagli di tempo, se non addirittura improvvisate, nelle aziende di più piccole dimensioni.

Concentriamoci, oggi, sull’ultimo elemento dell’elenco poc’anzi stilato, ovvero il business plan. Da diverso tempo ormai, nell’ambito della mia attività divulgativa, “predico” a suo favore, come fondamentale strumento di autoconsapevolezza imprenditoriale (in primis) e, poi, come essenziale “arma” per farsi strada nella giungla dell’efficace gestione aziendale. Oggi, mi trovo a scrivere un articolo che narra di come il business plan, in certe circostanze, sia divenuto uno strumento praticamente obbligatorio.

Facciamo un passo indietro: il business planning è, come noto, un’attività imprescindibile in tutti quei casi in cui dobbiamo dimostrare a “qualcuno” quali sono i nostri progetti futuri, gli obiettivi a cui tendiamo e le strategie che perseguiremo. Fra questi “qualcuno” ci possono essere nuovi potenziali soci, enti che erogano finanza agevolata e, ovviamente, le banche e le società finanziarie.
Nel corso degli ultimi anni, abbiamo visto una crescente attenzione nei confronti del business plan; un tempo, infatti, le banche erano solite richiederlo a fronte di operazioni “importanti”, mentre col passare degli anni è stato sempre più usuale vederselo domandare anche per richieste più contenute, e relative alla gestione ordinaria.

Nei mesi scorsi, ha cominciato a diffondersi una notizia che, di fatto, renderà il business plan uno strumento praticamente obbligatorio! Stanno diventando pienamente operative, infatti, le linee guida dell’Autorità Bancaria Europea (EBA), chiamate “Guidelines on loan origination and monitoring”, risalenti a luglio 2021 ma effettivamente attive da luglio 2022.
Una delle principali novità è questa: le banche, per confermare i finanziamenti già in essere alle imprese, i cosiddetti “fidi validi fino a revoca” (scoperti di conto, anticipi fatture, anticipi fornitori), avranno bisogno del business plan! Questo in quanto, per concedere o confermare il credito, non sarà più sufficiente analizzare il passato aziendale tramite i documenti ufficiali (Bilancio, Centrale Rischi ecc.), ma diverrà imprescindibile il fatto di valutare le PROSPETTIVE, intrecciando dunque le strategie aziendali (evincibili, appunto, dal business plan) con le analisi e le proiezioni di mercato a disposizione dei tecnici.
Si tratta, in definitiva, di una vera e propria RIVOLUZIONE: in primis, in quanto il business plan diventa, di fatto, uno strumento obbligatorio per tutte quelle realtà aziendali che operano con le banche, utilizzando linee di fido. Inoltre, perché viene (finalmente) superata la logica del RATING che, come noto, rappresenta una sorta di “voto” dato all’impresa sulla base dei propri DATI STORICI che, per definizione, sono sempre “vecchi” e riguardano, dunque, il passato. Tali evidenze verranno, certamente, sempre prese in considerazione, ma dovranno essere in qualche modo ponderate con le PROSPETTIVE rese evidenti col business plan.

Non sappiamo ancora con quale velocità, tali direttive inizieranno davvero ad impattare totalmente sull’operatività quotidiana di banche e imprese, ma una cosa è certa: la direzione è ormai tracciata. TUTTE le aziende, di ogni ordine e grado, dovranno entrare nell’ottica di idee che l’attività di business planning non sarà più un “lusso” che possono concedersi i più organizzati e lungimiranti, ma arriverà a diventare un vero e proprio strumento di sopravvivenza, senza cui, cioè, sarà davvero difficile portare avanti le attività d’impresa.

Ovviamente, non si può pretendere che ogni imprenditore diventi capace di realizzare, in totale autonomia, un efficace business plan: i consulenti servono anche per questo! Per esperienza però, posso dire che non si tratta nemmeno di uno strumento che possa essere totalmente delegato: i migliori business plan, nella mia esperienza, sono sempre scaturiti da un approfondito dialogo con imprenditori attenti ed interessati, capaci di mettersi in gioco e in discussione, volenterosi di capire meglio i “numeri” delle proprie imprese.

Hai bisogno di aiuto per redigere il tuo business plan? Le tue trattative con le banche sono in stallo, perché ti viene richiesto un business plan e nessuno sembra in grado di aiutarti davvero? Scrivimi a info@massariconsulting.it, per fissare un primo colloquio conoscitivo, e gratuito, riguardante la tua specifica situazione.

Marco Massari